Ecco il prosieguo del
programma politico del movimento
italiano disabili siglato con MID,
curato dal coordinatore nazionale
Paolo Iorio. La prima parte si trova
nella home page del sito.
L’INCLUSIONE DEI BAMBINI E DEI
GIOVANI CON DISABILITÀ NEL SISTEMA
EDUCATIVO ORDINARIO
La Convenzione Onu sui diritti delle
persone con disabilità si fonda sul
paradigma dell’inclusione sociale e
della partecipazione alla vita della
comunità.
Nell’ottica dei diritti umani, ciò
può accadere anzitutto se le persone
– tutte – accedono e fruiscono
pienamente dei sistemi educativi
sviluppando pienamente le loro
potenzialità individuali.
Infatti la Convenzione impone ai
paesi membri e sottoscrittori come
noi, l’inclusione dei bambini e dei
giovani con disabilità nel sistema
educativo ordinario, dalla scuola
primaria all’università.
Ma anche di ogni altro luogo
formativo e di aggiornamento proprio
del life long learning.
Insomma lo sviluppo della
personalità di ogni individuo è
dipeso dal possesso o meno di
strumenti della conoscenza e della
consapevolezza possibili, requisiti
indispensabili per poter frequentare
i luoghi di vita di tutti, come
un’occupazione o quant’altro.
Il nostro paese è strano: molte
buone prassi e grandi principi nelle
norme che però prevedono istituti
largamente disattesi.
Sull’insegnante di sostegno si
scarica tutta l’attività di
inclusione.
Le responsabilità dell’insegnante
curricolare, quelle dell’assistente
educativo e talvolta persino
dell’assistenza materiale.
Lo studente con disabilità entra in
classe a patto che vi sia
l’insegnante di sostegno, altrimenti
resta nel corridoio….PARCHEGGIATO!
Questo ha consentito ai sostenitori
della scuola unicamente
meritocratica e produttiva di
promuovere nell’Osservatorio la
presenza di istituti per niente
inclusivi. Anzi.
Non basta la denuncia, ed il loro
allontanamento.
SERVE porre rimedio alle questioni
poste anche per evitare di incorrere
in denunce alla magistratura e
clamorose proteste di piazza.
SERVONO modifiche di carattere
normativo.
SERVE che il Governo, seguendo le
diverse competenza, incominci
seriamente ad adoperarsi con i
fatti.
Come vivere la disabilità
VIVERE LA DISABILITÀ IL PROPRIO
PROGETTO DI VITA E NON ESSERE UN
OSTACOLO SOCIALE
Sempre la Convenzione opera un
chiaro cambiamento dal modello
medico al modello sociale.
Non più solo medici a prendersi
carico dei nostri bisogni e di
quelli dei nostri figli.
Ma prima di tutto mainstreaming
fondato sui diritti sociali:
assistenza domiciliare, aiuto
personale, luoghi della vera
abilitazione, residenzialità per il
dopo di noi che riproduca la
dimensione familiare.
Tutto ciò a partire da un progetto
di vita autodeterminato dalla
persona e, quando non può,
progettato assieme alla famiglia,
riferendosi esplicitamente alla 162
del 98 ed all’art 14 della legge 328
del 2000.
Insomma, che anche per le persone
con disabilità il proprio progetto
di vita divenga un diritto
fondamentale, esigibile ed
universale.
Tre ostacoli impediscono che ciò si
realizzi: la definizione dei livelli
essenziali in qualità e quantità
necessari alla persona, la
partecipazione alla spesa che
attualmente vede sullo stesso piano
persone che hanno prodotto reddito
tutta la vita e quelle che non lo
hanno mai prodotto e probabilmente
non lo produrranno mai per la
discriminazione subita o per le
effettive condizioni biologiche,
producendo l’effetto di una vera e
propria privatizzazione e
familiarizzazione dei diritti
sociali, e la mancanza di risorse
confermate dalle susseguite
finanziarie nella quantità sotto
ogni peggiore livello immaginabile.
Insomma, per noi e per i nostri
figli scendere dal letto la mattina
ed uscire di casa è oggettivamente
un prerequisito senza il quale non
si può nemmeno pensare di produrre
reddito e benessere, per sé stessi,
per la propria famiglia e per la
comunità in cui si vive.
Si trasforma la disabilità in un
ostacolo sociale, umiliazione e
degrado per la persona, ed
asservimento per le famiglie e
soprattutto per le madri che
rinunciano ai propri interessi, fino
all’esplosione che conduce diritto
verso una nuova segregazione in
istituti forse più gradevoli ma
sicuramente spersonalizzanti e
marginalizzanti.
La tendenza è registrata dai dati
statistici ufficiali dell’Istat.
Il 30 marzo 2007, il Ministro Paolo
Ferrero, è stato il delegato del
Governo Italiano per la firma della
Convenzione ONU sui diritti delle
persone con disabilità a New York,
ha espresso l’urgenza e dunque
l’impegno che l’Italia sia rapida
(entro il 2007?) nella ratifica
della stessa.
SERVE quanto prima la ratifica della
Convenzione con un piano di
implementazione che chiuda gli
istituti entro una data certa.
SERVE determinare l’esigibilità dei
diritti sociali senza se e senza ma
nella quantità e qualità necessaria
e senza partecipazione alla spesa
per tutti i servizi che
contribuiscono alla domiciliarità.
Accertamento della disabilità
L’ACCERTAMENTO DELL’INVALIDITÀ
–UMANIZZAZIONE E ADEGUAMENTO DEGLI
STRUMENTI – CACCIA AI FALSI
L’accesso ai nostri diritti ed a
quelli dei nostri familiari passa
per una porta stretta l’accertamento
dell’invalidità, dell’handicap e
della disabilità.
Da molti anni denunciamo la natura
vessatoria di tale istituto per come
è configurato, e, soprattutto, per
come viene ad essere concretamente
attuato.
Vi sono decine di diversi momenti
diagnostici, valutativi e
certificativi.
Troppe volte agiscono come un
tribunale nei confronti di un
accusato di un reato.
Troppe volte sono incompetenti e
visitano per pochi minuti.
Utilizzano strumenti antiquati e
fondamentalmente risarcitori
determinando un accesso ad alcuni
benefici del tutto inutile ai fini
degli stessi, richiedendo ulteriori
momenti accertativi, moltiplicando
le vessazioni per le persone e per
le loro famiglie, e le spese per lo
Stato.
Sono – o almeno – sono stati
corrotti nelle logiche e nei
meccanismi per consentire a persone
non disabili di accedere ai posti di
lavoro riservati e talvolta a
pensioni anche da lavoro o
assicurative.
Di finanziaria in finanziaria, le
maglie si sono allargate nei criteri
che hanno incluso nuove condizioni
biologiche sulla base di lobbyismo
parlamentare e non di una
valutazione oggettiva dei bisogni, e
contestualmente i diversi reggenti
del dicastero dell’Economia ne hanno
cercato di calmierare i possibili
effetti sul bilancio dello Stato
rendendo più difficile l’accesso
attraverso un nuovo istituto di
verifica su ogni certificato
rilasciato dalle commissioni medico
legali e persino eliminando il
ricorso amministrativo per coloro
che ritengono di aver subito un
torto.
Insomma, a fronte di un nuovo
meccanismo di accesso equo solo per
nuovi e vecchi millantatori
dell’invalidità’, tutti vengono
penalizzati per il dilatarsi dei
tempi e la moltiplicazione dei
momenti accertativi.
Una vera e propria vessazione e
politiche decisamente
schizofreniche.
Gli stessi benefici abusati
divengono privilegi per i quali i
cittadini italiani fanno carte
false: il collocamento al lavoro, i
permessi lavorativi, i congedi
parentali, gli avvicinamenti di sede
lavorativa, le agevolazioni fiscali
specie sull’acquisto di autovetture,
il contrassegno per il parcheggio
del veicolo riservato e persino
l’insegnante di sostegno.
C’e’ una sensazione di ingiustizia
in tutto questo: persone con
disabilità grave che per i loro
bisogni si sentono dire che non vi
sono le risorse, mentre l’abuso dei
permessi lavorativi o delle
agevolazioni fiscali si estende
drenando enormi quantità dalla
fiscalità generale.
SERVE quindi di rivedere il sistema
certificatorio in maniera che sia
eliminata la straordinarietà
dell’istituto della commissione
affinché sia istituito un luogo
dell’accoglienza e
dell’umanizzazione della presa in
carico, sempre aperto, con le giuste
competenze valutative dei fattori
ambientali e non solo di quelli
corporei e psichici, e che sappia
mettersi in rete con le necessarie
risorse territoriali.
SERVE che il sistema di valutazione
sia strettamente legato alla
costruzione del progetto
individuale.
SERVONO controlli seri che
colpiscano gli abusi di coloro che
trasferiscono la loro residenza a
casa di un parente anziano solo per
godere dei permessi lavorativi,
delle agevolazioni fiscali o del
contrassegno. Non quindi di
controlli sulle sole certificazioni.
SERVONO di certezze in materia.
SERVE che i diritti delle persone
con disabilità non siano doppiamente
penalizzate da furberie all’italiana
e da un sistema che anziché
proteggere da facili espedienti va
contro le persone con autentica
disabilità.
Diritti delle persone con disabilità
CONVENZIONE ONU SUI DIRITTI DELLE
PERSONE CON DISABILITÀ: DIRITTO
DELLE PERSONE CON DISABILITA’ AD
ESSERE AUTONOME ED INDIPENDENTI
La Convenzione esplicita il diritto
delle persone con disabilità ad
essere autonome ed indipendenti
senza subire trattamenti inumani e
degradanti nel dover reclamare
l’aiuto personale, la possibilità di
uscire di casa liberamente,
procurarsi le risorse per vivere e
muoversi liberamente per il
territorio in cui si vive oppure si
sceglie di visitare.
Sul primo punto, l’assistenza
autogestita, siamo all’anno zero!
Una buona legge, la 162, poche buone
pratiche, e soprattutto risorse che
finiscono essenzialmente nelle
residenzialità protette.
Su questo punto c’e’ necessità di
chiarezza: l’assistenza autogestita
deve diventare un diritto universale
senza partecipazione alla spesa e
esigibile in tutto il territorio
nazionale.
Come si diceva per le persone con
disabilità grave, questo e’ un
prerequisito di libertà.
L’assistenza autogestita deve
diventare quindi un livello
essenziale di assistenza e non
essere sottoposta a ISEE –
istituzione che colpisce la dignità
umana di un soggetto già in disagio.
Sul secondo punto, stiamo perdendo
un dispositivo di libertà per le
persone con disabilità: il
contributo per rendere accessibile
la propria abitazione.
Esso non e’ più finanziato dallo
Stato, ma solo dalle Regioni e dai
Comuni che lo ritengono. Pertanto se
vivo in Veneto il contributo c’e’,
se in Molise no.
Non solo, ma il contributo e’ stato
quantificato nel 1989 ed e’ ancora
lo stesso.
Inutile ogni commento ulteriore.
Il terzo elemento e’ il reddito.
I
dati sulla disoccupazione delle
persone con disabilità sono fuori da
ogni statistica ordinaria.
L’esclusione e’ la regola.
E
il Protocollo sul welfare del
Governo si fossilizza sull’art 12
della 68/99 e sull’art 14 dsgl
276/03 ovvero sulla cooperazione.
SERVEdi un sistema che renda
evidente al datore di lavoro la
potenzialità dell’assunzione della
persona con disabilità, e che renda
efficaci e efficienti il sistema dei
servizi necessari e degli strumenti
a disposizione.
SERVE definire, anche per i
disabili, ammortizzatori sociali in
caso di disoccupazione: l’attuale
assegno di 234 euro è poco
“dignitoso”.
In ultimo per la nostra mobilità
SERVE il riconoscimento che il
veicolo di proprietà e’ il mezzo
piu’ adeguato per gli spostamenti di
una persona con disabilità specie
motoria grave.
SERVE una nuova politica sui
contrassegni e sui parcheggi, così
come sulle agevolazioni fiscali per
l’acquisto specie per i trasportati.
SERVE la comprensione che sostenere
l’acquisto di un veicolo per il
trasporto e’ un costo enorme e che
almeno i dispositivi per l’imbarco e
lo sbarco, e quelli di sicurezza
rientrino tra gli ausili erogati dal
SSN attraverso il nomenclatore
tariffario.
IL
SISTEMA RIABILITATIVO E’ UNA GABBIA
L’attuale sistema riabilitativo e’
una gabbia specie per le persone con
disabilità intellettive e
relazionali.
Quando c’è un servizio, esso è poco
più che un parcheggio permanente.
Una nuova forma per
l’istituzionalizzazione.
Questo riguarda in particolare
alcune delle emergenze nel mondo
della disabilità, stati vegetativi,
i traumi cranici, l’autismo e la
sclerosi laterale amiotrofica dove
l’inappropriatezza diviene dramma
della quotidianità scaricata sulle
famiglia.
Il sistema dei servizi e’ ingessato,
cristallizzato, immobile.
Tutto ruota attorno alle figura
mediche che assorbono gran parte
delle risorse mortificando le altre
professionalità abilitative sia
perché limitate nel numero (i costi
risiedono nella maggior parte in
prestazioni mediche) che nella
qualità prestazionale (autonomia
professionale), sia perché alcune
vengono del tutto escluse.
Le rigidità del sistema di
accreditamento poi completano il
quadro: sono ricavate da quelle
ospedaliere quando sarebbero
necessarie modalità decisamente più
elastiche nel seguire i bisogni
specie di persone nelle situazioni
sopracitate.
Di conseguenza nascono progettualità
alternative, seguendo modelli
professionali e organizzativi
sperimentati in altri paesi europei,
che però trovano enormi difficoltà a
solo ad essere presi in
considerazione dal decisore politico
regionale.
Quando cioè accade, e’ solo per
lobby politica o per iniziativa
sostenuta da beneficenza privata che
si trasforma in una progettualità
del tutto residuale rispetto
all’insieme di servizi esistenti del
tutto inappropriati.
SERVE una revisione complessiva del
sistema che sappia identificare
percorsi abilitativi diversi a
seconda delle necessità di ogni
condizione di disabilità. Abbiamo
bisogno che questi si sappiano
integrare con servizi sociali,
educativi e occupazionali senza
particolari architravi ma dialogando
tra diverse discipline ed in forma
di rete.
SERVE di demedicalizzare almeno i
servizi territoriali e puntare su
professionisti appropriati di
qualunque disciplina (biomedica,
tecniche ed educative).
SERVE il sostenimento di
progettualità innovative con modelli
gestionali nuovi come fondazioni di
partecipazione.
SERVE che tutto ciò significhi
l’attuazione delle linee guida sulla
riabilitazione del 1998 per quanto
attiene il progetto riabilitativo
individuale e la loro modifica per
quanto riguarda le parti restanti, e
conseguentemente dei LEA(Livelli
Essenziali di Assistenza )in materia
e di LIVEAS (livelli essenziali di
assistenza sociale) ad essi
connessi.
LA
RICERCA SCIENTIFICA
La ricerca scientifica penalizza
molte delle condizioni biologiche
che noi rappresentiamo, specie di
quelle più rare, rispondendo alla
solita equazione: pochi pazienti
pochi investimenti, sia pubblici sia
privati.
Ma nell’ambito del Diritto alla
Salute riteniamo la ricerca una fase
stessa della assistenza sanitaria,
in particolar modo proprio per le
malattie rare, che sono stimate
circa 6000.
Abbiamo notato una rinnovata
attenzione politica al tema, ma
evidentemente non è sufficiente e
sentiamo la necessità di ribadire
alcuni dei tanti punti ancora molto
deboli.
SERVE ridefinire su tutto il
territorio nazionale le aree sulle
quali investire le risorse pubbliche
dirette alla ricerca;
SERVE attivare le risorse previste
nel Fondo per la ricerca sulle
malattie rare e nel Fondo per la
cura delle malattie rare, già in
documenti programmatici precedenti
che non sono mai stati attivati;
SERVE un progetto che preveda
incentivi o sgravi fiscali agli
istituti privati per la ricerca
farmacologica sulle malattie rare,
spesso prive di cure;
SERVE che, per le malattie rare,
siano previsti progetti coordinati
per l’istituzione di registri
nazionali dei pazienti, attraverso
diagnosi specifiche (compresa
l’indagine genetico molecolare) che
permetterebbero eventuali trial
clinici mirati;
SERVE l’abbattimento delle
difficoltà a reperire informazioni
sulla diagnostica sulle eventuali
terapie e come accedervi in maniera
appropriata, da parte delle famiglie
e dei pazienti di malattie rare,
nonché addirittura per gli operatori
stessi, medici di medicina generale
, assistenti sociali ecc. pone le
malattie rare in una posizione di
estremo svantaggio.
A
fronte di tutto ciò la Consulta
delle Associazioni di Malattie Rare
presso l’ISS, si sta occupando di
temi che anche la Commissione Salute
e Disabilità ha in carico.
Pur riconoscendo la necessità di
restituire centralità alle questioni
relative all’accertamento
dell’invalidità con accesso ai
benefici di legge conseguenti, al
diritto allo studio e al lavoro, che
appartengono anche alle patologie
rare, non si può non tenere nel
debito conto che le stesse, per le
loro intrinseche caratteristiche non
possono prescindere da una presa in
carico multidisciplinare,
sovraregionale e polispecialistica.
Ritengo che le aree sopraindicate
siano la ragione dell’esistenza
stessa della Consulta.
E’ evidente la necessità di una
specifica normativa in materia di
malattie rare, che preveda la
collaborazione delle Associazioni di
famiglie e pazienti affetti,
raccogliendone la competenza per il
vissuto giornaliero e le istanze
pratiche.
SERVE adoperarsi per dare novità in
materia.
CONCLUSIONI
Siamo quelli che hanno colto lo
spirito dei movimenti internazionali
riassunto nel motto “nulla su di noi
senza di noi”. Siamo quelli che lo
perseguono secondo una formula
nuova, vogliono che tutto ciò che ci
riguardi sia condiviso con noi e con
le organizzazioni che ci
rappresentano, a patto però che
queste rifiutino ogni forma di
segregazione e si appellino ai
diritti fondamentali. Questo
comporta una chiara opzione per la
democraticità dell’organizzazione
fondata sulla massima
partecipazione. Comporta una scelta
di campo, ruoli chiari e nessun
riconoscimento para statale,
finanziamenti pubblici per progetto,
parità associativa e rapporti con la
Pubblica amministrazione con
organismi che superino la stantia
forma consultiva verso la
coprogettazione nella chiave della
condivisione di responsabilità
pubbliche e dell’art 118 ultimo
comma della Costituzione.
SERVE che lo Stato ripensi al suo
rapporto con le associazioni delle
persone con disabilità e dei loro
familiari superando l’antico schema
più vicino alla corporazioni, il
riconoscimento delle associazioni
storiche.
In questo senso ritengo che il
servizio civile rappresenti una
politica per i giovani, e non un
baluardo delle politiche sociali.
SERVE che la necessità di assistenza
sia resa esigibile dall’attuazione
della legge 328, senza riserve per
specifiche categorie di persone con
disabilità, ma quote per interventi
sociali nella quale ricomprendere
l’attuale assenza di assistenza.
SERVE che il campo assistenziale non
esaurisca la spinta del modello
sociale e che non si traduca in un
nuovo spazio di confino delle
persone con disabilità.
SERVE che le politiche di inclusione
si attuino in ogni campo dell’azione
pubblica dall’educazione di ogni
ordine e grado, dalla piena e buona
occupazione, alle politiche per la
famiglia, a quelle per le pari
opportunità, agli ammortizzatori
sociali, alla mobilità ed alla
progettazione delle nostre città.
SERVE il recupero del ruolo di
coordinamento delle politiche
assegnato dall’articolo 41 della
legge 104/92 al Ministero per la
Solidarietà Sociale e rilanciato
dall’art. 33 della Convenzione che
prevede un punto di contatto
nazionale, un meccanismo di
coordinamento, un dispositivo per
promuovere, proteggere e monitorare
i diritti.
SERVE definire un piano di azione
nazionale sulla disabilità
articolato in impegni regionali e
locali, che venga elaborato con la
partecipazione delle organizzazioni
di persone con disabilità e loro
familiari SERVE che la funzione di
coordinamento venga esteso ai
livelli territoriali di regioni e
città affinché le rispettive
responsabilità consegnate dalla
riforma del Titolo V della
Costituzione acquisti di significato
concreto per le persone con
disabilità.
SERVE definire strumenti
d’attuazione concreti per ridefinire
le strategie sui diritti umani.
SERVE l’istituzione di un organismo
nazionale indipendente e partecipato
per il monitoraggio dell’attuazione
dei diritti umani, come esistono in
110 paesi, ma non in Italia ed al
contempo l’istituzione di un
ombudsman, un difensore civico, che
tuteli le pari opportunità e la non
discriminazione delle persone con
disabilità e che condanni con poteri
effettivi la violazione della legge
67/06 e della Convenzione.